Architettura 2.0

testo finalista per il conocorso “Giovani Critici 2010”.
Originariamente pubblicato su presstletter e professionearchitetto.it

 

Mi preme, in questo breve testo, affrontare la possibilità di analizzare uno dei più importanti temi per capire l’architettura del prossimo futuro.

Nel testo “contro la fine dell’architettura” [1], Vittorio Gregotti parla di una presunta “fine dell’architettura” affermando che l’ architettura intesa come disciplina, rischia la liquefazione. Ciò che Gregotti, come altri critici e architetti, non vede, è il radicale cambiamento del rapporto tra architettura, cultura e accademia.

Le domande fondamentali che bisogna porsi, per affrontare criticamente la questione e quindi dare un giudizio attuale, sono tre:

  1. E’ vero che sta sparendo la cultura (nello specifico, architettonica) o sta cambiando il modo di intenderla e i suoi luoghi di produzione?
  1. E’ vero che l’architettura sta finendo o si sta trasformando?
  1. Infine, quali sono i nuovi orizzonti che si stanno aprendo per architetti o aspiranti tali?

Per rispondere alla prima domanda bisogna analizzare le nuove forme di comunicazione e le piazze virtuali:

E’ ormai assodato che il web, con la sua insita capacità di rendere accessibile e commentabile da chiunque  tutto ciò che è  scritto, filmato, ritratto, criticato e commentato ha cambiato il concetto di cultura, sempre più globalizzata, sempre più ampia e sempre più veloce. Questo tipo di “rivoluzione” culturale, sta attraversando, come qualsiasi altro campo del sapere, la cultura progettuale, tecnica e compositiva dell’architettura.

Ogni giorno nascono sempre più blog, spesso organizzati anche dalle facoltà di architettura, e gruppi sui social network riguardanti l’architettura in cui studenti e critici pubblicano articoli o commentano idee e progetti creando un fiume di parole portatore di nuove e (non sempre) interessanti idee. Capita, infatti, che in questi blog,  nel giro di un’ora i discorsi passino dalle tipologie edilizie all’apprezzamento delle opere di Anish Kapoor, dall’esemplificazione di tecniche di integrazione di pannelli solari negli edifici alla visione di tecniche progettuali per l’architettura generativa e informatizzata.

Un esperimento molto interessante di questo nuovo modo di “vivere” l’architettura, è stato messo in atto (oltre che dai più disparati siti in cui si possono trovare file CAD contenenti dai disegni di dettaglio a disegni a scala urbana), da Google, che, con la produzione di un software di modellazione gratuito, “Google SketchUp”, scaricabile in poco più di cinque minuti dal sito, ha creato una “galleria” open source, libera e gratuita, attraverso la quale si possono scambiare file dal contenuto più disparato: dall’architettura al design, dall’arredo a dispositivi tecnici.

Si può quindi affermare che il dibattito culturale e, nel nostro caso, architettonico non si sviluppa più soltanto nelle università, nelle accademie e sui libri ma attraverso il libero scambio di opinioni e la partecipazione attiva di chi vuole prendere parola in merito ai temi che più gli interessano.

Per rispondere alla seconda domanda prendo spunto da un fatto storico, apparentemente di poco conto:

Nel 1997 a Los Angeles viene coniato, per la “Apple Computer”, lo slogan: “think Different

Questa espressione non sarebbe di per sé molto significativa ma essendo nato per pubblicizzare una nota Marca di Computer assume, più o meno volontariamente, un’idea di cultura democratica e di apertura a diverse conoscenze attraverso l’immaginario legato al world wide web.

Questo modo “diverso” di pensare la cultura si riflette sempre più sul pensiero dell’architettura.

Il progetto non è più una visione disciplinata di idee e regole dotate di confini e viventi di senso proprio, ma, al contrario, i giovani architetti e gli studenti hanno e stanno sostituendo alle sicurezze ideologiche che si sono sviluppate nei secoli e nei decenni (dalla triade vitruviana ai “cinque punti dell’architettura” di Le Corbusier) un’infinità di concetti che rendono il progetto di architettura un mix di suggestioni artistiche, possibilità tecniche, qualità sensoriali,motivi etici e visioni estetiche.

L’architettura sta diventando il luogo di realizzazione dell’incontro tra arti, tecniche, scienza e uomo in cui non esistono più regole universali o dogmi compositivi.

Un esempio chiaro ed evidente di questo modo nascente di approcciarsi all’architettura è un progetto pensato per le Olimpiadi del 2012 a Londra:

Questo progetto, comunemente chiamato “Digital Cloud”, pensato come una “nuvola” di bolle utilizzate per mostrare immagini, filmati e informazioni (al cui interno il visitatore può camminare e addirittura andare in bici) poste in cima a due torri di maglie metalliche con ascensori funzionanti mediante sistemi di sfruttamento dell’energia solare,  è stato teorizzato da ingegneri e architetti del MIT di Boston con l’artista Tomas Saraceno e Umberto Eco. La parte strutturale è stata pensata dalla Arup Associates e, questo è l’elemento veramente distintivo del progetto, la raccolta fondi, organizzata da Google, si basa su donazioni libere in cambio della possibile trasmissione di foto o filmati dalla torre la sera dell’inaugurazione dell’ evento.

Carlo Ratti, Digital Cloud

Il progetto, quindi, non è più identificabile e comprensibile attraverso le classiche griglie interpretative ma attraverso la comprensione dei diversi riferimenti culturali stanti a monte del progetto stesso o dell’architettura realizzata.

L’analisi di queste due problematiche ci porta alla terza domanda: quali prospettive apre l’avvicendarsi di questi cambiamenti culturali?

E’ plausibile che il progetto possa perdere sempre più i classici ambiti culturali in cui è stato da sempre inserito; ogni tentativo di ricostruzione di una tematica comune non avrà più senso, se non come teoria conservatrice; ricercare delle bandiere da applicare alle architetture, tesi come la ricerca di una possibile Italianità del progetto (per quanto riguarda la critica italiana) non avrà più senso; la ricerca di temi monodisciplinari sarà, e già lo sta diventando, una ricerca retorica e vuota di significato oggettivo.

Lo studio stesso dell’architettura, come abbiamo visto, sta cambiando.

Gli studenti e i giovani architetti si imbattono in infiniti modelli, influenze molteplici , innumerevoli idee e suggestioni.

L’architettura, tramite la continua evoluzione del mondo informatico e alle sue pressochè infinite possibilità formali, sta diventando il luogo d’incontro delle arti e scienze (questa tesi è straordinariamente dimostrata nel testo “index Architettura [2]” contenente i temi propri dei programmi universitari e di studio della Columbia University). La modularità , l’ordine e la forma statica stanno andando in declino sta morendo. Da quando i progettisti hanno (finalmente) compreso che l’architettura non può cambiare il mondo, il progetto è diventato un luogo di vita dove la geografia, l’uomo e l’architettura si incontrano,si relazionano ed entrano in contatto; La parola dell’architettura non è più CAMBIARE ma ASSECONDARE. Allo stesso tempo i problemi ambientali portano gli architetti ad affrontare temi etici. Essi, mediante le conoscenze tecniche, riscoprono un modo umanistico di progettare  e rielaborano il problema del rapporto tra uomo e ambiente eliminando la visione antropocentrica del mondo.

Questa architettura, lontana dai facili ideologismi della decrescita, trasforma il luogo in un ambiente edonistico in cui la tecnologia assume un ruolo anche ludico.

( esempi possono essere rintracciati nelle architetture di Stefan Behnisch del Bjarke Ingels group, in quelle degli NL Architects o nei lavori dell’italiano Mario Cucinella ).

BIG-Bjarke Ingels Group, The Mountain

Il progetto, eliminando così le dicotomie forma/struttura, forma/funzione, dentro/fuori, diventa sempre più un’operazione geografica, vitale, flessibile, permeabile alle influenze esterne (culturali e ambientali). Sempre meno statica e astratta ma sempre più dinamica e concreta.

Tutto questo potrebbe portare alla fine dell’architettura in quanto tale, concepita come disciplina definita da regole.

In questo senso concordo con Vittorio Gregotti e quindi la domanda che ora bisogna porsi è:

questo fatto è un male o una nuova linfa vitale per l’architettura?

Si potrebbe rispondere a questa domanda con l’antico detto cinese: “quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla” [3 ]

 

NOTE:

1 Vittorio Gregotti, “contro la fine dell’architettura” , Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino 2008

2  Autori vari, a cura di Bernard Tshumi e Matthew Berman, “INDEX ARCHITETTURA, archivio dell’architettura contemporanea“, postmedia srl, Milano 2004

3 aforisma attribuito al filosofo cinese Laozi, VI secolo a.C.

http://www.professionearchitetto.it/concorsi/archivio/GiovaniCritici10/GiacomoPala.html

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